L’archivio, la miniera e il museo.




Sammy Baloji:
l’archivio, la miniera e il museo

Dalle rovine industriali del Katanga alle collezioni europee, l’artista congolese-belga trasforma fotografie, oggetti e materiali in strumenti per rileggere la storia. Alla Biennale Arte 2026 presenta un nuovo progetto sulle classificazioni coloniali.
Lubumbashi non è uno sfondo
Per entrare nel lavoro di Sammy Baloji bisogna partire da Lubumbashi. Nato qui nel 1978, l’artista vive e lavora tra la Repubblica Democratica del Congo e Bruxelles, ma la capitale mineraria del Katanga rimane uno dei principali campi della sua ricerca.
La città porta ancora nella propria forma urbana le tracce dell’estrazione del rame, della pianificazione coloniale belga e delle gerarchie costruite intorno alla miniera. Edifici, quartieri e infrastrutture raccontano un territorio organizzato in funzione delle risorse custodite nel sottosuolo.
Baloji osserva edifici, paesaggi e corpi come archivi. Una fabbrica abbandonata non racconta soltanto la fine di un ciclo produttivo: rende visibile il sistema che ha organizzato il territorio, separato le popolazioni e trasformato le risorse congolesi in ricchezza altrove.
Per questo il colonialismo, nel suo lavoro, non è un capitolo concluso. È una struttura che continua a produrre effetti nel presente.
La geografia di Baloji non è soltanto quella dei luoghi: è quella delle relazioni tra miniere, musei, archivi e potere.
Mémoire: due tempi nella stessa immagine
La serie Mémoire, realizzata tra il 2004 e il 2006, contiene già molti elementi della pratica di Sammy Baloji.
L’artista sovrappone fotografie d’archivio dei lavoratori e dei funzionari dell’Union Minière du Haut-Katanga a panorami contemporanei delle infrastrutture industriali in rovina. Il passato non viene semplicemente illustrato: compare fisicamente dentro il presente.
Il fotomontaggio rompe la distanza rassicurante del documento storico. Le figure estratte dagli archivi coloniali tornano nei luoghi dai quali quelle immagini erano state separate.
Il risultato non ricostruisce una memoria unica e pacificata, ma ne espone le fratture. Chi produceva le fotografie? Chi veniva rappresentato? Chi beneficiava della miniera? Quali vite restavano fuori dal racconto ufficiale?
Le immagini di Mémoire trasformano il paesaggio industriale in un luogo di confronto fra tempi diversi. Le rovine non appartengono soltanto al passato: continuano a determinare il modo in cui una comunità ricorda e interpreta la propria storia.

Dal documento alla materia
Con il tempo la fotografia si espande in scultura, video, tessitura e installazione.
Il rame diventa contemporaneamente materiale, segno e prova. Ricorda la ricchezza mineraria del Katanga, ma anche le economie coloniali costruite sulla sua estrazione.
In The Other Memorial, realizzata nel 2015, una grande forma in rame porta sulla propria superficie motivi derivati da fotografie etnografiche delle scarificazioni corporee congolesi.
La pelle, trasformata dall’osservazione coloniale in documento e classificazione scientifica, ritorna sotto forma di monumento. Baloji riprende quelle immagini, ma modifica il sistema attraverso il quale vengono guardate.
Anche il progetto K(C)ongo, Fragments of Interlaced Dialogues mette in discussione le categorie con cui l’Europa ha ordinato e raccontato la cultura africana.
Tessuti, mappe, oggetti museali e motivi del Regno del Kongo entrano in relazione con le collezioni medicee di Palazzo Pitti. Non si tratta di un semplice incontro tra tradizione e contemporaneità. L’opera interroga il modo in cui gli oggetti hanno viaggiato, le persone che li hanno raccolti, le istituzioni che li hanno classificati e i significati che hanno perduto entrando nel museo.

Persone e incontri che diventano metodo
Più che parlare di influenze in senso lineare, è utile osservare le alleanze costruite da Sammy Baloji nel corso della sua ricerca.
Con il coreografo e danzatore Faustin Linyekula ha realizzato il film Mémoire. Il corpo in movimento attraversa le miniere dismesse e inserisce una presenza viva dentro una storia spesso ridotta a statistiche, discorsi politici e fotografie d’archivio.
La danza non illustra il paesaggio. Lo riattiva. Il corpo diventa un modo per riscrivere la storia e immaginare un tempo diverso.
Con l’antropologo Filip De Boeck, Baloji ha invece sviluppato Urban Now: City Life in Congo, una ricerca fotografica e video sulle forme urbane di Kinshasa e sulle strategie con cui gli abitanti costruiscono la città anche al di fuori dei piani ufficiali.
L’incontro tra antropologia e immagine non serve a illustrare una teoria già definita. Produce un modo condiviso di leggere lo spazio urbano, le sue contraddizioni e le sue possibilità.
Alla Biennale Architettura 2023, il dialogo con l’architetta Gloria Cabral e la storica dell’arte Cécile Fromont ha generato Debris of History, Matters of Memory.
Mattoni ottenuti da residui minerari e detriti di costruzione formavano motivi ispirati ai tessuti architettonici dello storico Regno del Kongo. Il progetto collegava il Katanga al Brasile e mostrava come una collaborazione possa mettere in relazione storie lontane senza cancellarne le differenze.
Faustin Linyekula porta il corpo nell’archivio. Filip De Boeck apre la città all’antropologia. Gloria Cabral e Cécile Fromont trasformano detriti e motivi in un’architettura della memoria.
Picha: creare un luogo, non soltanto opere
A Lubumbashi, Sammy Baloji è tra i fondatori di Picha e della Biennale di Lubumbashi.
Accanto a figure come Georges Senga, Jean Katambayi e Rosa Spaliviero, ha contribuito alla costruzione di una piattaforma dedicata ad artisti, ricercatori e curatori.
Questo aspetto è essenziale per comprendere il suo lavoro. La sua pratica non consiste soltanto nel portare il Congo all’interno dei musei internazionali, ma anche nel creare infrastrutture culturali capaci di produrre ricerca e relazioni a partire da Lubumbashi.
La Biennale di Lubumbashi diventa così uno spazio di incontro e produzione, ma anche un’alternativa ai sistemi attraverso i quali l’arte africana viene selezionata, interpretata e presentata dalle istituzioni occidentali.
La musica: non identità, ma memoria culturale
Sammy Baloji non è il musicista e regista Baloji Tshiani. La musica, tuttavia, attraversa alcune sue opere come documento sociale, struttura del tempo e forma di conoscenza.
In A Blueprint for Toads and Snakes, per esempio, il punto di partenza è Chura na Nyoka, un testo teatrale scritto nel 1957 da Joseph Kiwele, compositore e uomo politico congolese.
L’opera racconta la storia di un rospo e di un serpente che non riescono a mantenere la propria amicizia a causa delle loro differenze. Baloji mette questo racconto in relazione con la pianificazione coloniale della cosiddetta “città indigena” di Lubumbashi, anch’essa organizzata secondo principi di separazione.
La musica corale di Kiwele rende udibile l’intreccio fra Chiesa, amministrazione coloniale e costruzione di una nuova identità culturale.
Un’altra direzione è rappresentata da Rumba Rules, New Genealogies, documentario diretto da Sammy Baloji con David Nadeau-Bernatchez.
Seguendo le prove della Brigade Sarbati Orchestra a Kinshasa, il film osserva la rumba come lavoro collettivo, disciplina, memoria e reinvenzione quotidiana. Qui la musica non serve a definire Baloji come autore musicale: è il soggetto attraverso il quale leggere la città, le relazioni fra i musicisti e le genealogie culturali del Congo contemporaneo.
Si può quindi parlare di una presenza musicale nel lavoro di Baloji, ma con precisione. Il suono entra accanto alle immagini d’archivio, alla voce politica, al teatro e alla coreografia.
È una componente del contesto culturale congolese e un modo per rimettere in circolazione conoscenze che la classificazione coloniale aveva separate.

Sammy Baloji alla Biennale Arte 2026
Per la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, In Minor Keys, Sammy Baloji presenta al Padiglione Centrale il progetto On How I Became Witchcraft: A Survey of Colonial Libraries.
L’installazione comprende tre sculture in bronzo e sedici stampe-collage raccolte sotto il titolo Essay on Colonial Classicism and “Others”.
Le sculture derivano dalla scansione e dall’ingrandimento di opere congolesi conservate in tre differenti collezioni.
La prima si riferisce a un oggetto entrato in un gabinetto di curiosità rinascimentale. La seconda riprende un manufatto appartenente a un museo coloniale belga del XIX secolo. La terza fa riferimento alla collezione nazionale costruita durante il regime di Mobutu, quando il ritorno all’“autenticità” divenne parte della narrazione politica dello Zaire.
Sulle figure compaiono forme cubiche ispirate alla struttura cristallina dell’uranio, un minerale storicamente estratto in Congo.
Il cristallo diventa una contaminazione visiva che collega le collezioni museali alla radioattività, all’estrattivismo violento e alla storia delle armi atomiche.
Le opere esposte a Venezia
Le tre sculture presentate alla Biennale Arte 2026 sono:
Classification I: Collezione di Arti e Culture Africane del Museo delle Civiltà, Idolo Arcaico dei Bamba (?), 2026.
Una scultura in bronzo alta 240 centimetri, basata su un’opera congolese conservata nella Collezione di Arti e Culture Africane del Museo delle Civiltà.
Classification II: Notes Analytiques sur les Collections Ethnographiques du Musée du Congo, Tome I – Fascicule II. La Religion, Fétiches (figures) nr. 535, 2026.
Una scultura in bronzo che riprende un oggetto descritto e classificato all’interno delle collezioni etnografiche del Musée du Congo.
Classification III: Art from Zaïre, 100 Masterworks from the National Collection, Cult staff, 2026.
Una scultura in bronzo ispirata a un’opera appartenente alla collezione nazionale dello Zaire durante il regime di Mobutu.
Accanto alle sculture, Baloji presenta le sedici opere di Essay on Colonial Classicism and “Others”.
Nelle stampe, immagini tratte da cataloghi etnografici e altre fonti storiche vengono intrecciate con diagrammi di cristalli minerali, scansioni di manufatti congolesi e fotografie legate alle rappresentazioni del potere.
La precisione della scansione non ricostruisce però il significato originario degli oggetti. Può mostrarne ogni dettaglio, ma non può restituire automaticamente le relazioni culturali, rituali e sociali cancellate nel momento della loro rimozione.

Restituire non significa riportare indietro
Il lavoro di Sammy Baloji non propone una riparazione semplice.
Scansionare un oggetto, ingrandirlo o mostrarne ogni dettaglio non ricostruisce automaticamente il contesto perduto. Proprio questa impossibilità è al centro delle opere veneziane.
La conoscenza prodotta dal museo può essere molto precisa e, nello stesso tempo, profondamente incompleta.
Baloji interviene in quella distanza. Fa incontrare il paesaggio con l’archivio, il bronzo con il corpo, la città con la voce, il museo con la miniera.
Guardare le sue opere significa quindi domandarsi non soltanto che cosa vediamo, ma attraverso quali strutture siamo stati abituati a vederlo.
Informazioni
Artista: Sammy Baloji
Progetto: On How I Became Witchcraft: A Survey of Colonial Libraries
Mostra: Biennale Arte 2026 — In Minor Keys
Sede: Padiglione Centrale, Giardini, Venezia
Date: 9 maggio – 22 novembre 2026
Fonti
- La Biennale di Venezia — Sammy Baloji, Biennale Arte 2026
- Galerie Imane Farès — opere di Sammy Baloji
- Biennale di Lubumbashi — Picha
- Smithsonian Institution — Mémoire
- WIELS — Urban Now: City Life in Congo
- La Biennale di Venezia — Debris of History, Matters of Memory
- Framer Framed — A Blueprint for Toads and Snakes