IL TEMPO DELLE IMMAGINI

Entrare in un’installazione di Sarah Sze significa trovarsi davanti a qualcosa che sembra contemporaneamente in costruzione e sul punto di scomparire.
Fili, fotografie, carta, schermi, strutture metalliche, fonti luminose e oggetti quotidiani si accumulano nello spazio senza trasformarsi mai in semplice caos.
Da vicino emergono frammenti.
Da lontano appare invece una struttura più grande, quasi un sistema.
È proprio questa tensione tra ordine e instabilità a rendere immediatamente riconoscibile il lavoro dell’artista americana.
Nata a Boston nel 1969, Sarah Sze ha sviluppato dagli anni Novanta una pratica difficilmente riconducibile a un unico medium.
Scultura, pittura, fotografia, video, suono e architettura entrano continuamente in relazione tra loro.
Nel suo lavoro convivono digitale e analogico, materia e immagine, permanenza e precarietà.
Ma soprattutto convivono scale diverse.
Il minuscolo e il monumentale.
Il dettaglio e il paesaggio.
L’oggetto trovato e l’architettura.
IMPARARE A GUARDARE ATTRAVERSO L’ARCHITETTURA
Prima ancora dell’arte contemporanea, nella formazione visiva di Sarah Sze c’è l’architettura.
Suo padre era architetto e Sze ha raccontato di essere cresciuta circondata da modelli, planimetrie, edifici e conversazioni sul modo in cui lo spazio viene costruito.
È un elemento importante per comprendere il suo lavoro.
Nelle sue installazioni lo spazio non è mai soltanto il luogo in cui viene collocata un’opera.
Lo spazio diventa parte dell’opera.
Pareti, pavimenti, scale, finestre, prospettive e percorsi modificano continuamente ciò che vediamo.
Anche il periodo trascorso in Giappone ha contribuito alla sua formazione, mostrandole una diversa relazione tra estetica, quotidianità e ambiente costruito.
L’opera, per Sze, non è quindi un oggetto isolato.
È una relazione.

TRIPLE POINT: UN UNIVERSO DI FRAMMENTI
Nel 2013 Sarah Sze rappresenta gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia con Triple Point.
Il titolo arriva dalla fisica e indica la condizione in cui una sostanza può esistere contemporaneamente in tre stati differenti.
È un’immagine perfetta per descrivere il suo lavoro.
Oggetti comuni, materiali industriali, fotografie, strutture sottilissime e piccoli frammenti entrano in relazione fino a trasformarsi in una sorta di ecosistema.
A prima vista tutto sembra fragile.
Quasi provvisorio.
Come se l’installazione potesse cambiare configurazione da un momento all’altro.
In realtà, ogni relazione è costruita con estrema precisione.
Sze spinge continuamente lo spettatore a cambiare distanza.
Da vicino si osservano dettagli minimi.
Da lontano l’installazione assume la scala di un paesaggio.
Non esiste un unico centro.
Il nostro sguardo è costretto a muoversi.
POWERS OF TEN: DAL MICROSCOPICO AL COSMICO
Uno dei riferimenti dichiarati più interessanti di Sarah Sze è Powers of Ten, il celebre film realizzato da Charles e Ray Eames.
Il film parte da una scena quotidiana e progressivamente allarga il campo fino a raggiungere una scala cosmica.
Poi compie il percorso inverso.
Dal cosmo ritorna verso il corpo, la materia e dimensioni microscopiche.
Sze ha raccontato quanto questa esperienza visiva sia stata importante per lei.
Il passaggio continuo tra scale diverse ritorna infatti in moltissime sue opere.
Un piccolo pezzo di carta può sembrare insignificante.
Un attimo dopo può diventare il centro di un intero sistema visivo.
Nelle installazioni di Sze lo sguardo oscilla continuamente tra dettaglio e totalità.
Tra ciò che possiamo controllare e ciò che ci sfugge.

TIMEKEEPER: IL TEMPO DIVENTA MATERIA
In Timekeeper, realizzato nel 2016, il rapporto tra immagine, spazio e durata diventa ancora più evidente.
Proiezioni, oggetti, luci, immagini e strutture convivono all’interno di un ambiente che ricorda contemporaneamente un laboratorio, un archivio e una macchina.
Una macchina che però non misura il tempo nel senso tradizionale.
Non ci sono semplicemente ore e minuti.
Ci sono immagini che appaiono.
Immagini che scompaiono.
Ripetizioni.
Interruzioni.
Sovrapposizioni.
L’opera sembra registrare il mondo mentre accade.
Il visitatore non osserva soltanto una successione di immagini.
Entra fisicamente dentro di esse.
MOVIMENTO, CITTÀ E AVANGUARDIE
Un’altra influenza importante arriva dalle avanguardie del Novecento.
Per Blueprint for a Landscape, realizzato nella metropolitana di New York, Sze ha dichiarato di aver guardato in particolare al Costruttivismo russo e al Futurismo italiano.
Il punto non è semplicemente formale.
A interessarla è il modo in cui quei movimenti hanno cercato di raccontare una nuova esperienza del mondo fatta di velocità, trasformazione e movimento.
La metropolitana diventa quindi un luogo ideale.
Nessuno osserva lo spazio da una posizione perfettamente immobile.
Camminiamo.
Saliamo.
Scendiamo.
Passiamo davanti alle immagini.
Le vediamo per pochi secondi.
L’opera deve quindi convivere con il movimento del corpo.
L’arte non è qualcosa che incontriamo soltanto alla fine del percorso.
È dentro il percorso stesso.
JASPER JOHNS E LA COSTRUZIONE DI UN VOCABOLARIO
Nel lavoro di Sarah Sze esiste anche un dialogo interessante con Jasper Johns.
Non tanto attraverso una somiglianza immediata tra le opere, quanto nel modo in cui determinati elementi ritornano.
Mani.
Lampade.
Immagini del cielo.
Oggetti quotidiani.
Strumenti.
Superfici.
Fotografie.
La ripetizione trasforma questi elementi in una sorta di vocabolario visivo.
Un oggetto visto una volta può rimanere semplicemente un oggetto.
Quando ritorna più volte, comincia invece ad assumere un altro significato.
Diventa segno.
Diventa memoria.
Diventa parte di un linguaggio.

TIMELAPSE: QUANDO L’IMMAGINE INVADE L’ARCHITETTURA
Nel 2023 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York dedica a Sarah Sze la mostra Timelapse.
Qui la sua ricerca incontra una delle architetture museali più riconoscibili al mondo.
Ma Sze non usa il Guggenheim come semplice contenitore.
Lo attraversa.
Lo modifica.
Lo incorpora.
L’architettura di Frank Lloyd Wright entra direttamente nell’esperienza dell’opera.
Proiezioni, fotografie, oggetti e luce si espandono nello spazio.
L’immagine non è più confinata dentro una cornice.
Può apparire su una parete.
Attraversare un oggetto.
Sovrapporsi a un’altra immagine.
Dissolversi nella luce.
Il confine tra immagine e spazio diventa sempre meno definito.
Ed è proprio questa instabilità a interessare Sze.

FALLEN SKY: IL PAESAGGIO ENTRA NELL’OPERA
Con Fallen Sky la ricerca di Sarah Sze si sposta anche nel paesaggio.
L’opera è composta da una superficie riflettente frammentata che entra direttamente nel terreno.
Il cielo, gli alberi, la luce e ciò che circonda la scultura vengono catturati e restituiti sotto forma di riflessi instabili.
L’opera non è mai uguale.
Una nuvola può modificarla.
Una variazione della luce può cambiarne completamente l’aspetto.
Lo stesso accade quando lo spettatore si sposta.
La scultura non rappresenta il paesaggio.
Lo incorpora.
Non possiamo più separare l’opera da ciò che le accade intorno.
IL SUONO ENTRA NELLO SPAZIO
Quando si parla delle influenze di Sarah Sze, la musica richiede maggiore cautela.
Non esistono dichiarazioni attendibili in cui l’artista individui chiaramente un genere musicale, un compositore o un musicista come influenza fondamentale della propria ricerca.
Attribuirgliene uno significherebbe forzare il racconto.
Esiste però un dato interessante.
Il suono sta assumendo un ruolo sempre più importante nel suo lavoro.
Nel progetto Forever is Composed of Nows, realizzato per SFMOMA, Sze combina pittura monumentale, immagini in movimento, luce, proiezioni e soundscape ritmici.
Il suono non funziona quindi come semplice accompagnamento.
Diventa materia.
Occupa lo spazio.
Modifica il modo in cui percepiamo le immagini.
In questo senso il suo lavoro continua ad allontanarsi dalla tradizionale idea di opera da osservare frontalmente.
L’esperienza diventa ambientale.
Fisica.
Temporale.
IL TEMPO DELLE IMMAGINI
Forse il vero soggetto del lavoro di Sarah Sze non è né la scultura né la fotografia.
È il modo in cui oggi vediamo.
Viviamo circondati da immagini.
Schermi.
Fotografie.
Video.
Notifiche.
Informazioni.
Frammenti visivi che appaiono e vengono immediatamente sostituiti da altri.
Raramente osserviamo un’immagine completamente isolata.
Le vediamo sovrapposte.
Interrotte.
Ridimensionate.
Associate ad altre immagini.
Sarah Sze prende questa esperienza e la trasforma in qualcosa di fisico.
Le sue installazioni sembrano accelerare la percezione e contemporaneamente obbligarci a rallentare.
Bisogna avvicinarsi.
Allontanarsi.
Cambiare posizione.
Tornare indietro.
Scoprire qualcosa che pochi secondi prima non avevamo notato.
In un’epoca in cui l’immagine sembra diventare sempre più veloce e immateriale, Sarah Sze costruisce luoghi in cui guardare torna a essere un’azione fisica.
Le sue opere sono composte da centinaia di elementi.
Ma ciò che realmente mettono in scena è qualcosa di molto più semplice e universale:
il tempo che trascorriamo davanti alle immagini e il modo in cui le immagini modificano la nostra percezione del mondo.